The Examiner

di Natale De Gregorio

Mese: aprile, 2013

La cultura muore, noi balliamo. Qualche parola sulla chiusura del “La Capsa”

"La Capsa", ormai chiusa

“La Capsa”, ormai chiusa

Un tema per cui ci si batte (sbatte) ormai da anni, la degenerazione della democrazia rappresentativa, uno dei ritornelli “monopolio”, negli ultimi tempi, del M5S: la lontananza delle istituzioni dal territorio. Immediatamente il pensiero va alla politica nazionale, al Porcellum, ai listini bloccati, alle surreali prerogative dei politici che ci rappresentano. Il rischio è dimenticare quello che abbiamo intorno, casi in cui, anche in realtà relativamente piccole, le amministrazioni guardano poco ai bisogni territoriali, sono poco vicini ai cittadini. Qualche settimana fa mi è arrivata la notizia della chiusura dettata da difficoltà economiche della storica libreria sorrentina “La Capsa”. Qualche sporadica dichiarazione di dispiacere, qualche altra di vicinanza ai diretti interessati, sostanziale silenzio da parte dell’amministrazione comunale. In un paese in cui la cultura è già dilaniata dal turismo commerciale, da uno stile di vita poco propenso alle attività culturali, dagli imprenditori locali che puntano tutto sulla quantità e molto poco sulla qualità. Discoteche, ristoranti, hotel, pseudo locali d’incontro culturale: a bizzeffe. Biblioteche funzionanti: due, Sorrento e Piano di Sorrento. Librerie in città: erano due, adesso è in “vita” soltanto la “Tasso”, invito i proprietari a resistere. La mia prima idea è stata contattare la proprietaria del “La Capsa”, la sua testimonianza mi sembrava fondamentale per comprendere la situazione. La signora Teresa Ruocco si è mostrata gentile e disponibile, anche un pizzico amareggiata, soprattutto vogliosa di raccontare la storia della sua storica attività.

La Libreria&Dischi La Capsa nasce il 14 maggio 1977, frutto della passione della signora Teresa e suo fratello Pasquale. In pochi anni la libreria diventa il punto di riferimento per entrambi i settori di interesse: l’assortimento letterario cresce sempre di più, con la possibilità di trovare anche libri di nicchia, prodotti dalle piccole case editrici e un settore specifico dedicato alla letteratura per l’infanzia . La musica faceva particolare riferimento alla tradizione musicale nostrana, la canzone napoletana che molti ci invidiano. “Gestire una libreria rappresenta un impegno costante e quotidiano, con la necessità di un continuo aggiornamento sia nella scelta dei volumi che nella gestione amministrativa -sottolinea la signora Teresa – e non sempre l’impegno è proporzionato al riscontro economico, per cui le maggiori soddisfazioni sono state di ordine morale”. Parole che testimoniano l’oggettiva difficoltà nel portare avanti il “peso della cultura”. La prima cosa che viene spontaneo chiedere alla proprietaria di una libreria così importante, punto di riferimento per gli amanti della lettura nella nostra zona, è il motivo che ha portato alla chiusura:”La scelta di cessare l’attività è stata comunque dettata anche da necessità personali e dalla consapevolezza di non avere un “erede” nella gestione dell’azienda (le mie figlie hanno scelto strade differenti). Il caro fitto ha dato una spinta considerevole, il livello raggiunto era ormai  un cappio al collo che mi ha certamente condizionato”. Uno dei tanti casi di problematiche finanziarie, la difficoltà di portare avanti, solo con le proprie forze, l’attività imprenditoriale. A questo punto c’è da capire il ruolo, se ne ha avuto uno, dell’amministrazione in tutta questa situazione. Nella premessa parlavamo di lontananza dal territorio delle istituzioni, quello che ci si aspetterebbe è un aiuto, non per forza economico, del Comune ad attività che contribuiscono alla crescita culturale della città, quanto meno una presa di posizione sulla questione. La signora Teresa ci parla di lontananza tra “La Capsa” e gli Enti locali:”Per quanto riguarda gli enti pubblici, i rapporti sono stati sempre piuttosto sporadici e legati a qualche invito a presentazioni di libri alle quali venivo invitata per allestire il banco per la vendita. Le manifestazioni per la promozione da me nel tempo organizzate sono sempre state il frutto del mio impegno e delle mie amicizie personali ma non di rapporti consolidati con gli enti locali. C’è un episodio in particolare che rende chiaro l’apporto del Comune alle attività della libreria: nel 2006 mi fu notificato uno sfratto per cessata locazione. Decisi di rivolgermi all’allora sindaco di Sorrento Marco Fiorentino, chiedendo di concedermi in fitto un locale di proprietà comunale posto all’inizio di via Correale, alle spalle dei locali allora occupati dalla Telecom, ed attualmento centro di informazione comunale. Mi fu risposto che il locale in questione era già stato concesso all’Istituto Professionale per il Commercio Graziani e pertanto non era nella disponibilità comunale. In quella occasione il Sindaco mi comunicò la presenza di un locale in ristrutturazione,in piazza Veniero, che sarebbe stato presto adibito a centro culturale, quindi concedibile, con un regolare bando, in fitto per l’apertura di una libreria. L’amministrazione comunale  deliberò in tal senso. Tuttavia la nuova amministrazione, subentrata all’amministrazione Fiorentino (l’amministrazione Cuomo ndr),non ha mai dato seguito a quella delibera. Il locale in questione è a tutt’oggi inutilizzato ed in uno stato di apparente abbandono. Alla fine, nell’impossibilità di trovare una soluzione alternativa, fui costretta a sottoscrivere un contratto di affitto capestro”. Le voci che girano parlano di una presunta cancellazione della destinazione a libreria  del locale in Piazza Veniero, sembra che sia previsto qualcosa per accontentare il figlio di un pubblico amministratore. A prescindere dai rumors, sollevati in un intervista dal consiglieri comunale Rosario Fiorentino, la scelta dell’amministrazione resta poco condivisibile. La signora Teresa conclude l’intervista ribadendo la dignità e la convinzione con cui ha preso la decisione di chiudere la sua attività:”La scelta di chiudere la Libreria, come le ho già accennato, è maturata nel tempo. Non abbiamo lanciato nessun grido di aiuto anche perchè consci che non è l’assistenzialismo e la “carità pelosa” che motivano le scelte. Abbiamo chiuso quando abbiamo deciso di chiudere, onorando gli impegni e senza alcun rammarico, anzi con la consapevolezza di aver svolto il nostro lavoro con impegno, onestà e competenza. Di questo abbiamo avuto riscontro nei tanti messaggi di rammarico che ci sono giunti dai nostri clienti, dai fornitori e dagli operatori del settore presso i quali La Capsa ha rappresentato un punto di sicuro riferimento”.

A parte le premesse e le considerazioni iniziali, analizzare situazioni come questa spero servi a mobilitare le persone  vicine o interessate alla questione, credo ce ne siano molte, l’obiettivo è muovere la sensibilità e far arrivare la questione ai diretti interessati. Credo siano doverose delle spiegazioni in merito. L’ignoranza, qui, resta la madre delle tradizioni.

Natale De Gregorio

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Il Governo dalle mani legate e dai passi incerti

Enrico Letta

Enrico Letta

21 ministri, di cui 7 donne, un recordNove sono del Pd, 5 del Pdl, 3 di Scelta Civica e 4 “tecnici”. Ecco il governo Letta, il figlio delle larghe vedute, il frutto della paura bipartisan tutta italiana, il risultato dell’inciucio.

Con il segretario del Pdl Angelino Alfano vicepremier e ministro degli Interni, il direttore generale di Bankitalia Fabrizio Saccomanni all’Economia e la leader radicale Emma Bonino agli Esteri. Un governo «politico», considerando erroneamente ancora viva questa parola nel nostro paese. Filippo Patroni Griffi, già ministro del governo Monti, resterà al fianco di Letta nella veste di sottosegretario di Stato alla presidenza del Consiglio. La presenza di Alfano come vicepremier e titolare del Viminale, è lo specchio dell’intesa di governo tra Pd e Pdl. Al ministero degli Esteri approda Bonino, personaggio controverso, accostato ad una carica dall’inizio delle consultazione. Trasloca invece dagli Interni alla Giustizia Anna Maria Cancellieri, piccola vittoria montiana, il minister della Giustizia.
Nomi esterni alla politica sono quelli di Saccomanni all’Economia e del presidente dell’Istat Enrico Giovannini al Lavoro e alle Politiche sociali. Al dicastero della Difesa si insedierà Mario Mauro, capogruppo di Scelta civica al Senato. Il sindaco di Padova Flavio Zanonato (Pd) avrà la responsabilità dello Sviluppo economico. Alle Infrastrutture e Trasporti arriva Maurizio Lupi (Pdl), vicepresidente della Camera.
Alle Politiche agricole la deputata Pdl Nunzia De Girolamo, all’Ambiente il deputato Pd Andrea Orlando, all’Istruzione, Università e Ricerca Maria Chiara Carrozza, ex rettore dell’Istituto Sant’Anna di Pisa e
deputato Pd. Ai Beni e attività culturali e Turismo approda Massimo Bray, direttore editoriale Treccani e deputato Pd. La Salute va alla pidiellina Beatrice Lorenzin.
Quanto ai ministeri senza portafoglio, confermato agli Affari europei il ministro del governo Monti Enzo Moavero Milanesi. Agli Affari regionali e autonomie c’è Graziano Del Rio, presidente dell’Anci. Alla Coesione territoriale il sociologo Carlo Trigilia, ai Rapporti con il Parlamento il deputato Pd Dario FRanceschini, alle Riforme Costituzionali il senatore Pdl Gaetano Quagliariello, all’Integrazione Cecile Kyenge, originaria del Congo, alle Pari opportunità, Sport e Politiche giovanili la campionessa olimpica e senatrice Pd, nata in Germania, Josefa Idem, alla Pubblica amministrazione e semplificazione Gianpiero D’Alia (Udc).

Un governo che si segnala soprattutto per le assenze, tanti dei nomi altisonanti sono stati evitati, troppi “compagni di alleanza” avrebbero storto il naso. Sono i primi segnali di un eterogeneità che può far del male, che può creare delle crepe nel paese. Questo, secondo il mio modesto punto di vista, potrebbe essere il governo del “non fare”, il governo delle mani legate, dei passi incerti. Non potranno esserci falcate decise verso una legge sul conflitto d’interessi, su una legge anti-corruzione, su una modifica sostanziale della legge elettorale. I due schieramenti si condizioneranno a vicenda, si guarderanno sott’occhio, cercheranno di evitare le naturali divergenze che dovrebbero esserci tra due visioni politiche opposte. E’ la sconfitta dell’idealismo, fatta passare per dovere etico verso lo stato disastroso del nostro paese. La parte dell’Italia che aveva annunciato rinnovamento e cambio generazionale nella classe politica resta ancora ferma e convinta sulla propria posizione di “intolleranza!. Avrebbe avuto la possibilità di partecipare attivamente, fungendo da peso, facendo spostare l’ago della bilancia. Mentre si autocelebravano e si guardavano allo specchio, narcisi, esaltando la loro pseudo-pulizia e la loro estraneità dalla politica vecchio stampo, ci hanno pensato gli altri a fare da peso, equilibrando del tutto la bilancia.

 

Natale De Gregorio

Disservizi stazioni di Sant’Agnello e Piano di Sorrento, risponde l’Ing.Arturo Borrelli

La stazione di Sant'Agnello

La stazione di Sant’Agnello

Tutti i cittadini della Penisola Sorrentina conoscono il problema “Circumvesuviana”, teatro dei più vari e impensabili disservizi. Qualche giorno fa è arrivata questa agenzia in redazione:

TRASPORTI:APPELLO,APRIRE STAZIONI PIANO SORRENTO E S.AGNELLO
ATTUALMENTE SERVIZIO CIRCUMVESUVIANA GARANTITO SOLO DI MATTINA 

   (ANSA) – NAPOLI, 16 APR – Restituire almeno nei soli mesi estivi la stazione di Piano di Sorrento e la fermata di Sant’Agnello della Circumvesuviana all’esercizio completo, garantendone quindi l’apertura anche nelle ore pomeridiani e serali. È l’appello che lanciano i lavoratori dell’azienda, che hanno affidato il loro messaggio al blog interno Vesuvianando, all’assessore regionale ai Trasporti, Vetrella chiedendo il coinvolgimento dei sindaci delle due località interessate. Attualmente, entrambi gli impianti osservano un unico orario mattutino che va dalle 5.50 alle 12.20 con chiusura domenicale l’intera giornata. «Non credo – è scritto nel messaggio – che dobbiamo aggiungere altro, ad esempio che stiamo parlando di due località turistiche d’eccellenza della penisola sorrentina e che tenere gli sportelli chiusi in faccia agli stranieri non ci fa certamente onore». «Insomma – conclude la lettera – passi la chiusura di altri impianti e ne contiamo ad oggi ben una ventina, ma tenere aperti ‘a mezzo serviziò la stazione di Piano di Sorrento e la fermata di Sant’Agnello anche durante ilperiodo estivo a noi sembra un delitto».

Volendo sorvolare sulle vecchie questioni e le conseguenti battaglie, se ne potrebbe parlare all’infinito, ho pensato di porre qualche domanda sulla questione all’ Ing. Arturo Borrelli, direttore operativo della divisione infrastruttura dell’Eav.

Prima di tutto c’è da fare una premessa, proprio sull’Eav: a fusione delle Aziende Circumvesuviana, Sepsa e MetroCampania NordEst – avvenuta per incorporazione nell’Ente Autonomo Volturno il 27/12/2012 – ha decretato la nascita di un’unica Azienda ferroviaria regionale. Pertanto, è necessario parlare di EAV, in quanto Azienda, e di linee (intese come tratte ferroviarie) Circumvesuviana, Sepsa e MetroCampania NordEst. Praticamente la Circumvesuviana non è più un’azienda ma semplicemente una linea, diretta dall’Eav.

L’ingegnere si è dimostrato gentile e disponibile, lo ringrazio.

Ing. Borrelli, l’arrivo dei turisti è già iniziato da qualche mese in Penisola, crede sia possibile continuare con la situazione attuale, considerando che c’è flusso anche nei comuni di Sant’Agnello e Piano di Sorrento?In primis è necessario chiarire un errore di fondo sulla questione: le stazioni di Piano di Sorrento e S. Agnello non sono chiuse nell’orario pomeridiano. Dopo le 12.20 e la domenica, le due stazioni sono impresenziate, dunque stiamo parlando della chiusura della biglietteria, e non della stazione stessa, cosa che sarebbe stato impossibile ed assurdo  fare. Naturalmente anche la chiusura pomeridiana delle due biglietterie non è stata una scelta facile, ma purtroppo dettata dalle esigenze di contenimento dei costi, conseguenti alla ridefinizione del contratto di servizio con la Regione Campania, avvenuta nell’agosto 2011. Un correttivo ai nuovi orari di apertura delle biglietterie è stato anche già adottato nel corso del tempo, in quanto in un primo momento si era optato esclusivamente per la chiusura totale della biglietteria di S. Agnello, mentre successivamente si è pensato di ridurre l’apertura della biglietteria della stazione di Piano di Sorrento alle sole ore mattutine, e consentirne così l’apertura mattutina anche a S. Agnello. Ovviamente siamo ben consapevoli del fatto che la chiusura pomeridiana delle biglietterie delle due località sorrentine rappresenti un disagio per i nostri utenti ed in particolare per i turisti, e per questo stiamo valutando tutte le ipotesi possibili al fine di migliorare l’offerta del servizio, in particolare durante i prossimi mesi estivi.

Quali sono gli attuali servizi assicurati nelle stazioni con maggiore afflusso turistico?

Le stazioni interessate dal maggior afflusso turistico sono senz’altro Pompei e Sorrento. Per quanto riguarda la stazione di Pompei, al suo interno ha sede un’agenzia turistica che ha provveduto anche alla riqualificazione dei servizi igienici ed all’istituzione di un deposito bagagli. A Sorrento, invece, abbiamo concesso al Comune l’uso di una vecchia carrozza della Circumvesuviana restaurata, situata all’esterno della stazione, ed adibita ad info-point per i turisti.

Cosa pensa della sollecita fatta dai lavoratori? La loro mobilitazione viene  anche dall’assenza attuale delle amministrazioni locali?Sant’Agnello è commissariato, Piano di Sorrento è vicino al rimpasto.

Le sollecitazioni che provengono dai lavoratori sono sempre ben accolte ed apprezzate, in quanto testimonianza evidente della vicinanza dei nostri dipendenti al territorio su cui le nostre linee insistono. Purtroppo non sempre le richieste possono essere esaudite, ma la dialettica fra management e lavoratori è fondamentale per il buon funzionamento dell’azienda e delle relazioni interpersonali.

Come crede si possa risolvere la questione?

L’idea pratica è che contiamo con buona probabilità di presenziare Piano e S.Agnello di pomeriggio nei mesi estivi

L’ingegnere ha preferito non rispondere a due domande inerenti alle reazioni dell’assessore regionale ai trasporti Vetrella e a sue eventuali risposte.
Le stazioni di Sant’Agnello e Piano di Sorrento sono frequentate da migliaia di turisti che partono dal comune in cui alloggiano (considerando anche il boom di alloggi nelle zone limitrofe di Sorrento) verso Napoli, Pompei, Ercolano, destinazioni frequentatissime da chiunque venga a visitare la nostra terra. Sul territorio di Sant’Agnello è presente anche una spiaggia (pubblica e privata) a meno di 10 minuti a piedi dalla stazione.
La riflessione è semplice e immediata: una questione del genere che passa nel totale silenzio delle amministrazioni locali mi sembra abbastanza vergognoso, nessuno si è preso la briga di chiedere spiegazioni, di protestare alla mancanza del servizio Circumvesuviana. L’invito è quello di prenderne atto, di sollecitare una soluzione e di ascoltare di più i bisogni del Comune e per il Bene comune.

Natale De Gregorio

“La marijuana in Italia, quando la morale si interseca col diritto” di Gianfilippo Liguoro

Il business della marijuana

Il business della marijuana

Pochi giorni fa, Il Fatto Quotidiano ha pubblicato un articolo in cui si illustravano i vantaggi economici derivanti dalla legalizzazione della Marijuana: “Usa, la marijuana legale è un business da 1,5 miliardi. E Wall Street cavalca l’onda”. Tra cifre esorbitanti, investimenti privati mastodontici e lo Stato che “chiede la sua fetta”, il tema delle droghe e della legalizzazione si inquadra ancora in termini esclusivamente economici. Non a caso era ricompreso nella rubrica Economia & Lobby. Ora, mettendo il caso che Marx, durante la sua diaspora, avesse avuto il tempo di leggere l’articolo, probabilmente non si sarebbe scandalizzato affatto di questa relazione modale, anzi: presumibilmente la lettura lo avrebbe reso ancora più orgoglioso delle sue intuizioni  ideologiche. Ciò che lo avrebbe sorpreso, invece, sarebbe stato un tentativo di argomentazione scevro dalle influenti catene della struttura economica, volto a sfuggire alle considerazioni speculative che costituiscono la trave portante – e anche la pietra angolare  – dell’architettura capitalistica. Se fossi un pizzico più presuntuoso, direi addirittura che questa è la premessa metodologica più confacente per sviscerare un argomento che rientra a pieno titolo nel campo della ricerca di ciò che è giusto fare o non fare: l’etica. Sia chiaro: non sto per pontificare su cosa è giusto o sbagliato. Giustifico quest’assunzione di responsabilità filosofica alla luce del fatto che in questo momento occorre che tutti noi ci riappropriamo di ciò che spetta di diritto, in qualità di eredi della cultura classica ed, universalmente, in omaggio alla nostra animalità razionale.
Queste premesse, noiose ma necessarie, acquistano ancora più spessore se si considera il diritto come filosofia applicata. Ed allora sorge spontaneo il dubbio di quale concezione filosofica abbia ispirato il legislatore italiano nel 1990 (ed anche la coppia Fini-Giovanardi). Purtroppo, penso che non sia stata la filosofia bensì la morale a suggerire la disciplina di regolamentazione delle droghe. E la morale, intrinsecamente, muta a seconda del contesto, delle acquisizioni dell’esperienza comune; essa si nutre delle convinzioni e delle convenzioni che si cristallizzano pian piano, goccia a goccia, fino a diventare una stalattite più dura del granito. Inutile dire poi, quanto sia alto il coefficiente di influenza esercitato dalla religione, soprattutto nel nostro Paese. Prendete quindi ad esempio la situazione dell’India: fino a pochi decenni fa l’alcool era illegale, mentre i Veda (Sacre Scritture indiane), già un millennio prima di Cristo, definivano la canapa come erba sacra.
Ora, le strade percorribili per superare l’impasse del relativismo assiologico che contrassegna la morale sono almeno due. La prima è di ascendenza nominalistica: poiché il linguaggio è creazione dell’uomo, è l’uomo stesso che ha attribuito un’accezione negativa alla parola droga e quindi droga è quello che la società vuole che sia droga. Questa soluzione consiste, in definitiva, in una radicalizzazione estrema del relativismo; e se da un lato ha il pregio di semplificare i termini del problema, dall’altro non fornisce alcuna garanzia di certezza comportamentale. La seconda strada, invece, passa attraverso la ricerca eziologica e dunque del perché si sia formata una tale opinione in ordine alla marijuana. I risultati delle ricerche scientifiche non possono essere assunti come parametro, visto che sembra quasi che cambino a seconda di chi sia il committente. Analogamente, il quadro delle legislazioni internazionali, almeno fino ad un decennio fa, non era orientato univocamente; ad oggi invece il mondo occidentale, esclusa l’Italia, sembra mostrare più tolleranza. Tuttavia ognuno adotta un atteggiamento differente, perlopiù dettato da esigenze economiche. Ed allora probabilmente sono proprio queste che si pongono alla base del nostro problema. La canapa, infatti, è forse la pianta da cui si possono ricavare più prodotti (25.000 ?!)  – dal cellophane alla carta – e negli USA anche George Washington la coltivava nel proprio giardino. Con tutte le probabilità l’ondata proibizionistica è scaturita dalle pressioni delle lobby del cotone americane (ancora ‘ste lobby!) e dal fatto che negli stessi anni ’30 si stava mettendo a punto una tecnologia per la lavorazione industriale della canapa da cui si sarebbe ricavata la carta a basso costo. Praticamente, coltivare la canapa dava fastidio a molte persone facoltose.

Adesso sì che Marx sorriderebbe compiaciuto! Ed al suo fianco Nietzsche rivendicherebbe la realità della sua morale dei signori…

Ma adesso la smetto di vaneggiare e provo a tirare le fila del mio discorso.
Realisticamente, penso che l’Italia non sia pronta alla legalizzazione piena della marijuana e delle droghe leggere (sul modello olandese diciamo). Tuttavia la depenalizzazione o quantomeno una differenziazione di trattamento tra queste e quelle pesanti sarebbe auspicabile e ragionevole.
Eppure, l’ipotesi più democraticamente coerente è forse un’altra. Non è una formula suscettibile di generalizzazione, ma forse può fungere da regola semi-generale.  Quando la morale si interseca col diritto, come nel nostro caso (o come nel caso dell’eutanasia, delle coppie di fatto ecc.), la scelta più saggia del legislatore sarebbe quella di fornire solo una cornice normativa, astenendosi dal disciplinare analiticamente le modalità comportamentali. Si dovrebbe ammetterne la possibilità, lasciando il singolo libero di decidere come dipingere il quadro.
D’altra parte la Costituzione ci lascia liberi di pensarla diversamente, no?

 

Gianfilippo Liguoro

Pacco, doppio pacco e contropaccotto. La storia delle “franche” votazioni.

I bersagli dei franchi tiratori

I bersagli dei franchi tiratori

Bersani sceglie (parlo al presente perchè la questione è appena riconducibile a ieri) il dialogo con il centrodestra, un nome condivisibile con lo schieramento avverso, l’abbraccio con il suo gemello diverso. La scelta cade su Franco Marini: bocciato. Lo stesso Partito Democratico si spacca, fuori da Montecitorio si bruciano le tessere del PD, il M5S fermo e coerente sul suo candidato Rodotà, via la prima votazione, seconda e terza di transizione, consultazioni febbrili. Serve un nome per la quarta votazione, quella in cui basta la sola maggioranza assoluta (504 preferenze). Bersani propone Romano Prodi agli elettori di centrosinistra, il blocco di votanti accetta con entusiasmo la proposta, si applaude all’unanimità, sembrano esserci i numeri per l’elezione dell’ex Presidente del Consiglio (l’intero centrosinistra, formato da PD,SEL e renziani, ha a disposizione 496 preferenze, ne mancano appena 8 per raggiungere il quorum). Il centrodestra si tira fuori, vede sfumare la possibilità di essere decisivo per l’elezione del capo dello stato, il governissimo o inciucio, come chiamarlo si voglia, è ormai opzione lontana. PDL e Lega non partecipano alla votazione, gridano al golpe della sinistra, confluiscono sulle critiche anche i montiani: Prodi nome autorevole, sbagliato il modus operandi del PD. La votazione ci consegna dei numeri pesantissimi: appena 395 voti per Romano Prodi, meno 101 rispetto a quelli che ci si aspettava. Una enorme emorragia di voti, franchi tiratori che “bucano” anche la seconda proposta di Bersani. “R. Prodi”. “Prodi Romano”. “Prodi R”. “Romano Prodi”. “Prodi”. Le correnti del Pd si stanno contando. Come nella vecchia DC. Le preferenze si spostano in gran numero su Stefano Rodotà, ancora una volta sostenuto dai grillini, e su Anna Maria Cancellieri, nuova e lungimirante candidatura di Scelta Civica. 15 schede bianche e 15 voti a D’Alema, altri votanti che hanno disatteso agli ordini di scuderia. All’annuncio del mancato raggiungimento del quorum si alza un boato dall’ala destra del Parlamento, alle 15 preferenze a Massimo D’Alema si sente chiaro un applauso proveniente dai banchi del Pdl. Renzi boccia Prodi, candidatura ormai da escludere, Vendola torna su Rodotà. Bersani corre ai ripari: riunione con lo staff del partito, consultazioni con il M5S.

Ci si trova davanti a un bivio: riproporre il “metodo Marini“, accordo e inciucio, i numeri sembrano esserci. Il problema è il nome da proporre: io sento puzza di D’Alema, il solo pensiero mi fa rabbrividire. Avvicinarsi al M5S, il che significa proporre Prodi come candidato o supportare Rodotà? Visto l’immobilismo bersaniano mi sembra molto più plausibile la prima possibilità. Scelta Civica ha proposto la Cancellieri, candidatura che potrebbe rafforzarsi con il passare delle votazioni, il classico terzo nome condiviso. Il nodo resta culturale, dare continuità all’atteggiamento visto negli ultimi decenni-anni-mesi-giorni o cercare una rottura con il passato. Mi sento di appoggiare Stefano Rodotà nonostante non sia un estimatore del M5S, è un candidato autorevole, non per forza collegato al Movimento di Grillo. E c’era chi sosteneva che il Presidente della Repubblica contasse poco nel panorama politico.

Natale De Gregorio