“La marijuana in Italia, quando la morale si interseca col diritto” di Gianfilippo Liguoro

di Natale De Gregorio

Il business della marijuana

Il business della marijuana

Pochi giorni fa, Il Fatto Quotidiano ha pubblicato un articolo in cui si illustravano i vantaggi economici derivanti dalla legalizzazione della Marijuana: “Usa, la marijuana legale è un business da 1,5 miliardi. E Wall Street cavalca l’onda”. Tra cifre esorbitanti, investimenti privati mastodontici e lo Stato che “chiede la sua fetta”, il tema delle droghe e della legalizzazione si inquadra ancora in termini esclusivamente economici. Non a caso era ricompreso nella rubrica Economia & Lobby. Ora, mettendo il caso che Marx, durante la sua diaspora, avesse avuto il tempo di leggere l’articolo, probabilmente non si sarebbe scandalizzato affatto di questa relazione modale, anzi: presumibilmente la lettura lo avrebbe reso ancora più orgoglioso delle sue intuizioni  ideologiche. Ciò che lo avrebbe sorpreso, invece, sarebbe stato un tentativo di argomentazione scevro dalle influenti catene della struttura economica, volto a sfuggire alle considerazioni speculative che costituiscono la trave portante – e anche la pietra angolare  – dell’architettura capitalistica. Se fossi un pizzico più presuntuoso, direi addirittura che questa è la premessa metodologica più confacente per sviscerare un argomento che rientra a pieno titolo nel campo della ricerca di ciò che è giusto fare o non fare: l’etica. Sia chiaro: non sto per pontificare su cosa è giusto o sbagliato. Giustifico quest’assunzione di responsabilità filosofica alla luce del fatto che in questo momento occorre che tutti noi ci riappropriamo di ciò che spetta di diritto, in qualità di eredi della cultura classica ed, universalmente, in omaggio alla nostra animalità razionale.
Queste premesse, noiose ma necessarie, acquistano ancora più spessore se si considera il diritto come filosofia applicata. Ed allora sorge spontaneo il dubbio di quale concezione filosofica abbia ispirato il legislatore italiano nel 1990 (ed anche la coppia Fini-Giovanardi). Purtroppo, penso che non sia stata la filosofia bensì la morale a suggerire la disciplina di regolamentazione delle droghe. E la morale, intrinsecamente, muta a seconda del contesto, delle acquisizioni dell’esperienza comune; essa si nutre delle convinzioni e delle convenzioni che si cristallizzano pian piano, goccia a goccia, fino a diventare una stalattite più dura del granito. Inutile dire poi, quanto sia alto il coefficiente di influenza esercitato dalla religione, soprattutto nel nostro Paese. Prendete quindi ad esempio la situazione dell’India: fino a pochi decenni fa l’alcool era illegale, mentre i Veda (Sacre Scritture indiane), già un millennio prima di Cristo, definivano la canapa come erba sacra.
Ora, le strade percorribili per superare l’impasse del relativismo assiologico che contrassegna la morale sono almeno due. La prima è di ascendenza nominalistica: poiché il linguaggio è creazione dell’uomo, è l’uomo stesso che ha attribuito un’accezione negativa alla parola droga e quindi droga è quello che la società vuole che sia droga. Questa soluzione consiste, in definitiva, in una radicalizzazione estrema del relativismo; e se da un lato ha il pregio di semplificare i termini del problema, dall’altro non fornisce alcuna garanzia di certezza comportamentale. La seconda strada, invece, passa attraverso la ricerca eziologica e dunque del perché si sia formata una tale opinione in ordine alla marijuana. I risultati delle ricerche scientifiche non possono essere assunti come parametro, visto che sembra quasi che cambino a seconda di chi sia il committente. Analogamente, il quadro delle legislazioni internazionali, almeno fino ad un decennio fa, non era orientato univocamente; ad oggi invece il mondo occidentale, esclusa l’Italia, sembra mostrare più tolleranza. Tuttavia ognuno adotta un atteggiamento differente, perlopiù dettato da esigenze economiche. Ed allora probabilmente sono proprio queste che si pongono alla base del nostro problema. La canapa, infatti, è forse la pianta da cui si possono ricavare più prodotti (25.000 ?!)  – dal cellophane alla carta – e negli USA anche George Washington la coltivava nel proprio giardino. Con tutte le probabilità l’ondata proibizionistica è scaturita dalle pressioni delle lobby del cotone americane (ancora ‘ste lobby!) e dal fatto che negli stessi anni ’30 si stava mettendo a punto una tecnologia per la lavorazione industriale della canapa da cui si sarebbe ricavata la carta a basso costo. Praticamente, coltivare la canapa dava fastidio a molte persone facoltose.

Adesso sì che Marx sorriderebbe compiaciuto! Ed al suo fianco Nietzsche rivendicherebbe la realità della sua morale dei signori…

Ma adesso la smetto di vaneggiare e provo a tirare le fila del mio discorso.
Realisticamente, penso che l’Italia non sia pronta alla legalizzazione piena della marijuana e delle droghe leggere (sul modello olandese diciamo). Tuttavia la depenalizzazione o quantomeno una differenziazione di trattamento tra queste e quelle pesanti sarebbe auspicabile e ragionevole.
Eppure, l’ipotesi più democraticamente coerente è forse un’altra. Non è una formula suscettibile di generalizzazione, ma forse può fungere da regola semi-generale.  Quando la morale si interseca col diritto, come nel nostro caso (o come nel caso dell’eutanasia, delle coppie di fatto ecc.), la scelta più saggia del legislatore sarebbe quella di fornire solo una cornice normativa, astenendosi dal disciplinare analiticamente le modalità comportamentali. Si dovrebbe ammetterne la possibilità, lasciando il singolo libero di decidere come dipingere il quadro.
D’altra parte la Costituzione ci lascia liberi di pensarla diversamente, no?

 

Gianfilippo Liguoro

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