The Examiner

di Natale De Gregorio

Mese: giugno, 2013

Sorrento: aumentano IRPEF e IMU. Il Pd:”Occhio agli sprechi”.

Di seguito il comunicato del Partito Democratico Sorrento in merito agli aumenti dell’addizionale IRPEF e dell’imposizione tributaria sugli immobili.

Partito_Democratico_Simbolo

“I consiglieri comunali del Partito Democratico hanno ricevuto la proposta di bilancio per l’anno 2013 approvata dalla Giunta Municipale. Il Sindaco ha anticipato, on un comunicato stampa, alcune scelte assunte in materia di imposte e tributi che graveranno sui cittadini e le imprese della nostra città. Il Partito Democratico, con l’esperienza del consigliere Luigi Mauro, esaminerà la proposta della Giunta, dedicando attenzione sia al lato delle entrate (dove è stato già annunciato l’aumento dell’addizionale IRPEF dallo 0,15% allo 0,70%) che a quello delle spese. Infatti, con la scusa della crisi, il Comune di Sorrento ne approfitta per fare cassa: aumenta la pressione fiscale sul reddito (aumento IRPEF), aumenta l’imposizione tributaria sugli immobili (aliquota IMU dallo 0,76% allo 0,86% per gli immobili di categoria “C” non di pertinenza) e programma nuove svendite degli immobili comunali (prevedendo di realizzare tre milioni di euro). Tutto ciò, a detta del Sindaco, per sopperire a minori trasferimenti da parte dello Stato per circa un milione di euro. Però risulta assente, all’interno della relazione della Giunta, una politica di revisione della spesa e degli sprechi, che eviterebbe i maggiori esborsi a carico dei cittadini. Per questo motivo studieremo a fondo, come sempre fatto, la proposta di bilancio e avanzeremo le nostre proposte per tutelare i contribuenti. Se ogni anno il Comune di Sorrento è costretto sistematicamente a nuove imposte (es. imposta di soggiorno) oppure all’aumento di quelle già esistenti, o peggio all’alienazione del proprio patrimonio, il responso è semplice: questa amministrazione non è capace di gestire in modo efficiente la nostra Città!Infatti, le uniche note positive all’interno delle recenti delibere di Giunta sono diretta conseguenza delle proposte del Partito Democratico: sarà aumentato il fondo per l’integrazione dei canoni di locazione, fondo creato lo scorso anno in seguito a un nostro emendamento al bilancio e rilanciato da una recente interrogazione del consigliere Alessandro Schisano. Inoltre, saranno rese pubbliche le modalità di spesa dell’imposta di soggiorno, anche questa rappresenta una mozione più volte presentata in Consiglio Comunale da parte del gruppo PD.”

Partito Democratico Sorrento

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“Thank you for gambling” di Gianfilippo Liguoro

Stai giocando o ti stanno giocando?

Stai giocando o ti stanno giocando?

 

Ultimamente fa molta notizia il gioco d’azzardo, più precisamente le conseguenze devastanti della sua liberalizzazione. Fiumi di parole e polemiche inondano l’opinione pubblica gonfiandola dello sdegno e del disgusto più sincero. Tuttavia, per capire il motivo per cui le nostre città stanno diventando tante squallide Roulettenburg, è necessario calarsi nei panni di chi ha provveduto a creare tale situazione. Allora si comprenderà che in questi anni vi è una sola esigenza che fagocita tutte le altre: lo Stato ha bisogno di fare cassa. Per raggiungere il risultato – è avvilente dirlo -, lo Stato non si cura affatto delle conseguenze, nonostante queste incidano direttamente sul tessuto sociologico e culturale, macchiandolo talora indelebilmente. Un comportamento che si giustifica solo alla luce del fatto che il conseguimento del risultato si pone come requisito vitale per la sopravvivenza dello stesso Stato nell’ambito di una società capitalistica globalizzata. Non deve quindi stupire (almeno non troppo) se il legislatore ha scelto una liberalizzazione selvaggia, che pare incontrollabile ma che in realtà è volutamente incontrollata, dal momento che porta nelle casse dello Stato centinaia di miliardi l’anno. Poco importa se, per usare le parole dell’ex senatore Lauro, essa “produce anche un intorno criminale, a partire dall’usura, dal riciclaggio e dallo spaccio della cocaina” (dall’intervista su The Examiner Blog di qualche mese fa): ciò che solo importa è garantire un gettito costante e potenzialmente sempre in crescita. Pecunia non olet e così sia. Si può anche chiamare liberalizzazione, ma la sua sostanza selvaggia è imprescindibile. Rebus sic stantibus il diritto non potrà mai realizzare quelle caratteristiche che lo contrassegnano strutturalmente. Il diritto, ciò che è retto; figurativamente ciò che è giusto, ragionevole, onesto (Dizionario Etimologico). Anteporre gli interessi economici a tutto il resto è giusto solo nell’ottica di una morale teleologica del danaro. Così come è ragionevole creare rischi patologici, spendere soldi per prevenirli e naturalmente curarli solo agli occhi di chi non si cura della comunità e del suo benessere psichico. Per quanto riguarda l’onestà, invece, non so davvero cosa ci sia di onesto in una liberalizzazione che in realtà pare essere la maschera nominalista di una massiccia dismissione delle prerogative dello Stato sociale di diritto, intese non solo in termini di prevenzione, assistenza e più in generale di garanzia, ma anche come funzione aggregante di valori positivi e riconosciuti dall’intera comunità. La rotta perseguita, invece, è quella più devastante. Non si scorge neanche un’utilità potenziale, cosa che invece sarebbe accaduta se la liberalizzazione fosse stata veramente tale. Se essa fosse stata accompagnata dalle dovute cautele: gradualità della messa in atto e necessarie restrizioni; ed infine se la stessa fosse stata rivestita dalle eleganti e remunerative forme dei Casino: allora sì, essa sarebbe stato un investimento. Di certo opinabile, ma un investimento. Al contrario il gioco d’azzardo è stato privato della sua ritualità, del contesto e dunque di quello che lo rendeva speciale. Lo si è reso accessibile a tutti grazie alla tecnologia, soprattutto ai più deboli. Niente limitazioni, anzi: bombardamenti pubblicitari quotidiani hanno instillato speranze vane e crudeli tra i soggetti più influenzabili. La proletarizzazione tecnologica del gioco d’azzardo ha offerto un’ulteriore strada ai più deboli per evadere dalla realtà, analogamente a quanto succede per le dipendenze classiche. Ma con una differenza di non poco conto: l’assenza di restrizioni e la sua piena fruibilità inducono la massa a preferire il gioco d’azzardo alle altre dipendenze. Con la conseguenza che sempre più persone ci restano imbrigliate. Per ludopatia (o gioco d’azzardo patologico) si intende infatti l’incapacità di resistere all’impulso di giocare d’azzardo o di fare scommesse, nonostante l’individuo che ne è affetto sia consapevole che questo possa portare a gravi conseguenze (qui ne trovate qualcuna). Esortare a giocare d’azzardo significa invitare a rifuggire dai problemi (con l’annessa possibilità di ingigantirli) e soprattutto comprimere il libero arbitrio degli esortati, ossessionati dal sogno di diventare ricchi. Giunti a questo punto, mi riesce sempre più difficile capire cosa ci resta della vera democrazia.

 

Gianfilippo Liguoro
Altri articoli:
“La marijuana in Italia, quando la morale si interseca col diritto”

Ripetitore Casarlano: mancava solo il traliccio, i carabinieri fermano i lavori

Rischio ripetitore per Casarlano

Rischio ripetitore per Casarlano

I lavori erano praticamente terminati, mancava soltanto l’installazione del traliccio. Il ripetitore di Casarlano é stato fermato in extremis dai carabinieri: sigilli e stop ai lavori. La svolta dopo alcune proteste degli ambientalisti di zona e la polemica lanciata dal Partito Democratico peninsulare visto il parere positivo del comune sul decreto per la costruzione dell’antenna, arrivò subito in risposta l’intervento del sindaco Cuomo che promise salvaguardia per i cittadini di Casarlano. La storia non pare volersi fermare qui: si prospettano ricorsi al Tar da parte di chi voleva costruire il ripetitore Vodafone, tra l’altro in una zona molto popolosa di Sorrento: il progetto era previsto su un terreno privato, affidato dai proprietari per 2000 euro al mese, soldi pagati inutilmente se il ricevitore dovesse essere bloccato.

Si aspettano ulteriori aggiornamenti.

 

Natale De Gregorio

Cartellino “arancione” per Pompei: il dossier con l’ultimatum dell’Unesco

La Domus dei Vetti, chiusa dal 2002

La Domus dei Vetti, chiusa dal 2002

 

Il cartellino per ora è arancione e non rosso. Forse perché la commissione dell’Unesco riunitasi nei giorni scorsi in Cambogia ha voluto essere «buonista» e concedere ancora un barlume di speranza. In fondo bisogna vedere cosa succederà nei prossimi due anni con il grande progetto Pompei. Oltre 105 milioni di euro che devono essere spesi in restauri e consolidamenti. Ma bisogna fare presto e la relazione degli ispettori dell’Unesco che hanno visitato l’area archeologica più volte tra il dicembre 2012 e il febbraio 2013, non lascia dubbi. Può essere letta facilmente sul sito dell’organizzazione che sovraintende e tutela i siti culturali e monumentali del mondo. Ogni pagina sembra essere uno schiaffo alla gestione passata della città avuta in eredità dagli antichi romani e dal Vesuvio.

ATTESA – Uno dei passaggi del documento: «La missione di monitoraggio ha evidenziato che parti dell’area sono a rischio degrado e che i prossimi due anni saranno cruciali per dimostrare l’efficacia delle iniziative in corso». Per questo il comitato ritiene di dover aspettare. Infatti «Non è consigliabile, al momento, come suggerito al Comitato del Patrimonio Mondiale di prendere in considerazione la possibilità di iscrivere il sito archeologico nella lista del patrimonio mondiale in pericolo, come richiesto dal Comitato nella sua decisione 35 Com 7B. 96.». Lasciamo i riferimenti burocratici per sottolineare come vi siano state relazioni che avevano consigliato di mettere Pompei nella lista nera dei monumenti in pericolo per dare uno scossone all’Italia e al Mibac. Ma l’Unesco preferisce mantenere, per il momento, solo le ispezioni. Pronto ad intervenire appena dovesse essercene bisogno. «Il Patrimonio Mondiale – è scritto – e gli Organi consultivi raccomandano pertanto al comitato di monitorare attentamente lo stato di conservazione del sito, richiedendo relazioni annuali. Se per qualsiasi motivo, le iniziative in corso non riescono a fornire sostanziali progressi nei prossimi due anni, il Centro del Patrimonio Mondiale e gli Organi consultivi chiederanno al comitato di esaminare l’iscrizione di Pompei nella Lista del Patrimonio Mondiale in Pericolo già nel 2015». Un ultimatum vero e proprio.  L’Unesco riconosce lo sforzo profuso dal Governo italiano e dall’Unione Europea per quanto riguarda il Grande Progetto Pompei e i primi cantieri messi in opera, ma «sarebbe auspicabile un monitoraggio esterno sulla qualità degli interventi» con particolare attenzione al rispetto dei tempi. In questo contesto, vengono evidenziati «imminenti rischi di crolli», per la «mancanza di personale, soprattutto di tecnici che garantiscano la manutenzione quotidiana».

AGGRESSIONI IDRAULICHE – Si invitano quindi i responsabili alla «sostenibilità della futura gestione dell’area archeologica». Nella relazione degli spettori vi sono capitoli impietosi. Come quello sulle «aggressioni idrauliche». Infiltrazioni e acquitrini sono alla base della maggior parte dei crolli e occorrerebbe «una canalizzazione assiale che porti l’acqua a due canali periferici». Poi la parte sulle «aggressioni della vegetazione», come le erbacce, che sono il «pericolo maggiore», e che penetrano con le loro radici nei muri delle domus. Anche qui è sottolineata la mancanza di personale che ogni giorno tagli la vegetazione. E viene definita «inquietante». Poi c’è la «carenza di sorveglianza», molto allarmante visto il boom di visitatori quantizzato in 2.350.000 di persone per il 2011. Infine il capitolo, il più doloroso, sui mosaici e gli affreschi che rischiano, senza manutenzione quotidiana, di essere perduti per sempre. E si segnalano situazioni critiche alla casa di Efebo, quella di Trittolemo, nel Labirinto, alla domus delle nozze d’argento, alla casa di Marcus Lucretius, al Sacello Iliaco e alla domus di Siricus. A rischio molti affreschi che non sono in alcun modo difesi dall’umidità e dalla pioggia.

DOMUS DEI VETTI – Un esempio? Giovedì è stata annunciata a Pompei l’apertura della domus degli Amorini dorati. Ma va ricordato che un’altra domus, quella dei Vetti, tra le più importanti, è chiusa dal gennaio 2002, quindi da oltre 11 anni per restauri che attualmente non sono in atto per motivi non noti ufficialmente ma che vanno ricercati in progetti non sufficientemente supportati da adeguata previsione di spesa. L’ultimo cartello visibile fino a qualche anno fa (2010) posto prima sul cancello della casa e poi sulla barriera che delimitava la strada, indicava un restauro per un importo di 548 mila euro con inizio 27 agosto del 2008 e termine 13 settembre 2009, ma la domus è ancora chiusa con erbacce che hanno infestato i giardini e tracce di evidente abbandono. Recentemente è stato riaperto il «vicolo dei Vetti», così i turisti possono sbirciare attraverso il cancello per guardare il famoso affresco che propizia fortuna e fertilità. E intorno il degrado e l’abbandono di un tesoro gettato alle ortiche.

 

Vincenzo Esposito in collaborazione con l’Architetto Antonio Irlando
Il pezzo sul Corriere del Mezzogiorno.it

Brasile – Italia: gli indignados contro gli “indivanados”

Gli scontri tra manifestanti e polizia

Gli scontri tra manifestanti e polizia

Italia-Brasile, stasera, sarà qualcosa di più di una partita di calcio: un confronto, una gestione politica “democratica” molto simile, una reazione della popolazione molto diversa. Dopo la Turchia, anche in Brasile è saltato il tappo e la protesta sociale si è riversata nelle strade di San Paolo, Belo Horizonte, Brasilia, Rio de Janeiro. La miccia è stata accesa dal rincaro dei trasporti pubblici e dalle spese per i mondiali di calcio giudicate eccessive. In Turchia gli alberi, in Brasile i biglietti per i mezzi pubblici: mi chiedo se i giornali italiani ignorino, o fingano di ignorare, che le proteste contro lo smantellamento del villaggio indigeno di Maracanà per le grandi opere dei mondiali di calcio sono in atto almeno da alcuni mesi e riguardano, a Rio de Janeiro come a Istanbul, la gentrificazione (Modificazione socio-culturale causata dall’acquisto di immobili da parte di persone facoltose in comunità più povere, dall’inglese: [gentrification]) di un’area da cui vengono espulsi gli indigeni per far spazio a nuove infrastrutture, architetture commerciali e spazi legati agli eventi sportivi. In Brasile la risposta del governo è stata espressa nella stessa lingua di Erdogan, cioè quella militare, non solo del manganello, ma anche dei proiettili di gomma e dei gas urticanti. “Sgomberi e sfratti, nessuna politica abitativa, militarizzazione della città, espulsione e violenza contro la popolazione di strada, precariato, uso del denaro pubblico a favore di imprese edili, sponsor e FIFA, superindebitamento dello Stato”, il passo dalla realtà brasiliana a quella italiana diventa improvvisamente breve. Siamo tutti vittima dei processi di accumulazione neocapitalista in atto, quei processi contro cui è insorta una moltitudine ostinata e resistente in Turchia invocando, attraverso i graffiti di piazza Taksim uno “smash neocapitalism, save Gezi” che lascia poco spazio a fraintendimenti. L’opinione pubblica italiana si esprime sulla rivolta in Turchia insistendo a tamburo battente sulla matrice islamica del governo di Erdogan, limitando la questione ad una difetto di democrazia del governo turco, aggravato dal conservatorismo islamico. Invece con la socialdemocrazia di Dilma Rousseff , adesso, come la mettiamo? Le “sinistre” nostrane? Smidollate. Se con Erdogan l’hanno buttata a scontro di civiltà e presa di posizione, peraltro blanda come sempre, contro il conservatorismo di matrice islamica, nel caso del Brasile non sanno come deviare il discorso. Il governo di Dilma Rousseff è, come già detto, socialdemocratico, ha dismesso la radicalità rivoluzionaria usata in passato contro la dittatura per darsi al riformismo, al capitalismo “buono”, dal “volto umano”. Insomma, è la stessa linea riformista del Pd, ma anche di Sel. Ne consegue un silenzio assordante, nessuna presa di posizione: ecco che tornano gli effettivi chilometri di distanza tra Italia e Brasile.

 

Dall’aumento del 20% dei costi del trasporto pubblico ad almeno 20 motivi per protestare. E’ quello che mi racconta Flavia Caldeira, dottoressa per l’adolescenza e professoressa universitaria nella zona di Belo Horizonte. Mi comunica le sue, le loro 20 ragioni in portoghese ed in inglese, c’è voglia di far conoscere al mondo la situazione reale brasiliana:” 1 – corruption; 2 – impunity; 3 – urban violence; 4 – the threat of the return of inflation; 5 – the amount of tax money without anything in return; 6 – low pay of teachers and state health; 7 – the high salaries of politicians; 8 – the lack of opposition to the government; 9 – lack of shame in the face of rulers; 10 – our schools and the lack of education; 11 – our hospitals and the lack of a health care system worthy; 12 – our roads and inefficiency of public transport; 13 – the practice of exchanging vows for public office in the centers of power that causes distortions; 14 – the exchange of vows population less enlightened by small public improvements (paid with public money) that always puts the same names in power; 15 – politicians convicted for justice still in active; 16 – the mensaleiros (corrupted politicians, one of the most famous corruption case in the history pf Brazil) have been tried, convicted and are still free; 17 – parties that seem to gangs; 18 – the price of stadiums for the World Cup, overpricing and shoddy public works; 19 – media biased and sold; 20 – the perception that we are not represented by our rulers. So it s not about 20 cents, it s about 20 big reasons. The worst part is the people who are protesting, at least, the major part of it, is not poor. They have education, pay for private health system. The poor people, major part of them, still believes in the government. It’s a medium class protest and it s about everything.” La reazione della classe media, la stessa che da noi scrive chilometri di parole sui social senza mettere in pratica l’indignazione, la stessa che aveva sposato la “lotta alla casta” grillina (sappiamo bene come sta andando a finire) per poi ritrovarsi con un pugno di mosche. Certo, c’è il rischio di una strumentalizzazione della protesta, aumenta il numero dei protestanti ed aumenta anche il numero di persone che sono in piazza senza una coscienza politica vera e propria (vi ricorda, in qualche modo, il contenitore tritatutto chiamato M5S?), persone che sono più facilmente veicolabili verso proteste che rischiano di sfociare nel fascismo e nel tentativo, vi assicuro non esagero, di colpi di stato.

Inutile parlare del totale disinteresse e la disinformazione che trovo, ogni giorno, sul nostro territorio: ci sarebbe tanto da discutere e tanto da riflettere. Spero partecipiate, io sono qui in ascolto proprio come (pochi) voi.

 

Natale De Gregorio