The Examiner

di Natale De Gregorio

Categoria: Politica Estera

Brasile – Italia: gli indignados contro gli “indivanados”

Gli scontri tra manifestanti e polizia

Gli scontri tra manifestanti e polizia

Italia-Brasile, stasera, sarà qualcosa di più di una partita di calcio: un confronto, una gestione politica “democratica” molto simile, una reazione della popolazione molto diversa. Dopo la Turchia, anche in Brasile è saltato il tappo e la protesta sociale si è riversata nelle strade di San Paolo, Belo Horizonte, Brasilia, Rio de Janeiro. La miccia è stata accesa dal rincaro dei trasporti pubblici e dalle spese per i mondiali di calcio giudicate eccessive. In Turchia gli alberi, in Brasile i biglietti per i mezzi pubblici: mi chiedo se i giornali italiani ignorino, o fingano di ignorare, che le proteste contro lo smantellamento del villaggio indigeno di Maracanà per le grandi opere dei mondiali di calcio sono in atto almeno da alcuni mesi e riguardano, a Rio de Janeiro come a Istanbul, la gentrificazione (Modificazione socio-culturale causata dall’acquisto di immobili da parte di persone facoltose in comunità più povere, dall’inglese: [gentrification]) di un’area da cui vengono espulsi gli indigeni per far spazio a nuove infrastrutture, architetture commerciali e spazi legati agli eventi sportivi. In Brasile la risposta del governo è stata espressa nella stessa lingua di Erdogan, cioè quella militare, non solo del manganello, ma anche dei proiettili di gomma e dei gas urticanti. “Sgomberi e sfratti, nessuna politica abitativa, militarizzazione della città, espulsione e violenza contro la popolazione di strada, precariato, uso del denaro pubblico a favore di imprese edili, sponsor e FIFA, superindebitamento dello Stato”, il passo dalla realtà brasiliana a quella italiana diventa improvvisamente breve. Siamo tutti vittima dei processi di accumulazione neocapitalista in atto, quei processi contro cui è insorta una moltitudine ostinata e resistente in Turchia invocando, attraverso i graffiti di piazza Taksim uno “smash neocapitalism, save Gezi” che lascia poco spazio a fraintendimenti. L’opinione pubblica italiana si esprime sulla rivolta in Turchia insistendo a tamburo battente sulla matrice islamica del governo di Erdogan, limitando la questione ad una difetto di democrazia del governo turco, aggravato dal conservatorismo islamico. Invece con la socialdemocrazia di Dilma Rousseff , adesso, come la mettiamo? Le “sinistre” nostrane? Smidollate. Se con Erdogan l’hanno buttata a scontro di civiltà e presa di posizione, peraltro blanda come sempre, contro il conservatorismo di matrice islamica, nel caso del Brasile non sanno come deviare il discorso. Il governo di Dilma Rousseff è, come già detto, socialdemocratico, ha dismesso la radicalità rivoluzionaria usata in passato contro la dittatura per darsi al riformismo, al capitalismo “buono”, dal “volto umano”. Insomma, è la stessa linea riformista del Pd, ma anche di Sel. Ne consegue un silenzio assordante, nessuna presa di posizione: ecco che tornano gli effettivi chilometri di distanza tra Italia e Brasile.

 

Dall’aumento del 20% dei costi del trasporto pubblico ad almeno 20 motivi per protestare. E’ quello che mi racconta Flavia Caldeira, dottoressa per l’adolescenza e professoressa universitaria nella zona di Belo Horizonte. Mi comunica le sue, le loro 20 ragioni in portoghese ed in inglese, c’è voglia di far conoscere al mondo la situazione reale brasiliana:” 1 – corruption; 2 – impunity; 3 – urban violence; 4 – the threat of the return of inflation; 5 – the amount of tax money without anything in return; 6 – low pay of teachers and state health; 7 – the high salaries of politicians; 8 – the lack of opposition to the government; 9 – lack of shame in the face of rulers; 10 – our schools and the lack of education; 11 – our hospitals and the lack of a health care system worthy; 12 – our roads and inefficiency of public transport; 13 – the practice of exchanging vows for public office in the centers of power that causes distortions; 14 – the exchange of vows population less enlightened by small public improvements (paid with public money) that always puts the same names in power; 15 – politicians convicted for justice still in active; 16 – the mensaleiros (corrupted politicians, one of the most famous corruption case in the history pf Brazil) have been tried, convicted and are still free; 17 – parties that seem to gangs; 18 – the price of stadiums for the World Cup, overpricing and shoddy public works; 19 – media biased and sold; 20 – the perception that we are not represented by our rulers. So it s not about 20 cents, it s about 20 big reasons. The worst part is the people who are protesting, at least, the major part of it, is not poor. They have education, pay for private health system. The poor people, major part of them, still believes in the government. It’s a medium class protest and it s about everything.” La reazione della classe media, la stessa che da noi scrive chilometri di parole sui social senza mettere in pratica l’indignazione, la stessa che aveva sposato la “lotta alla casta” grillina (sappiamo bene come sta andando a finire) per poi ritrovarsi con un pugno di mosche. Certo, c’è il rischio di una strumentalizzazione della protesta, aumenta il numero dei protestanti ed aumenta anche il numero di persone che sono in piazza senza una coscienza politica vera e propria (vi ricorda, in qualche modo, il contenitore tritatutto chiamato M5S?), persone che sono più facilmente veicolabili verso proteste che rischiano di sfociare nel fascismo e nel tentativo, vi assicuro non esagero, di colpi di stato.

Inutile parlare del totale disinteresse e la disinformazione che trovo, ogni giorno, sul nostro territorio: ci sarebbe tanto da discutere e tanto da riflettere. Spero partecipiate, io sono qui in ascolto proprio come (pochi) voi.

 

Natale De Gregorio

L’ultimo caudillo che sognò di riunire il Sud America: addio Hugo Chavez

E’ morto il presidente del Venezuela Hugo Chavez, una nuova e grave infezione la causa del decesso.

Hugo Chavez.

Hugo Chavez.

Un personaggio che sembra fatto apposta per non essere apprezzato dai nostri “evoluti” governi capitalistici. Un dittatore rivoluzionario, quasi riformista (attenti ad usare questa parola), demonizzato da mezzo mondo politico, in grado di sopravvivere a golpe e complotti, sotto l’assedio dei media, rieletto quattro volte dal suo popolo e che solo il cancro è riuscito a sconfiggere. Hugo Chavez resterà nella storia per aver realizzato gli ideali utopistici di sinistra: lottare per la giustizia sociale, parità di diritti, voce a chi non ha voce, diritti a chi non ha diritti. Quello che colpisce chiunque abbia un po’ di onestà intellettuale, a prescindere dall’ideale politico, sono i risultati concreti che è riuscito ad avere, gli enormi benefici che ha portato alle classi popolari, la lotta di classe, anticoloniale e contro l’analfabetismo. Ha ridistribuito la richezza dei possedimenti petroliferi reinvestendo gran parte di questi averi nella ricerca scientifica e nella costruzione di un sistema sanitario che, prima di lui, era praticamente assente. La rivoluzione che ha sposato per tutta la vita ha messo in luce anche tanti suoi aspetti negativi, il suo governo era una dittatura incentrata solo ed esclusivamente sulla sua figura, la libertà di stampa pressochè assente. Il messaggio che vorrei passasse nel giorno della sua morte è, però, quello di provare a ricordare questi grandi personaggi per le cose straordinarie che hanno realizzato, tenendo a mente, da italiani, che Chavez ha subito l’influenza rivoluzionaria di Garibaldi e del primo Socialismo italiano di Gramsci, ideali ormai lontanissimi, sotterrati nel nostro paese, quel Socialismo democratico che qualche nostro leader ha ancora il coraggio di citare. Gli scenari dopo la sua morte restano incerti, si spera possa esserci continuità concreta sulle linee di pensiero chavista, non sarà facile viste le pressioni che gli USA esercitano su tutti i governi della zona sudamericana. Il dato certo è che i venezuelani hanno dimostrato più volte di saper pensare con la loro testa, rifiutando a più riprese quel modello economico che sta fagocitando il sud dell’Europa. Prescindendo dall’ideale politico, ci tengo a precisarlo, e dalla presunta evoluzione politica europea dei grandi statisti che potrebbe portarci a guardare con “snobismo” le vicende venezuelane, la perdita di un leader come Hugo Chavez ci porta sempre di più verso un mondo “monocolore”, con la speranza che almeno le grandi riforme che ha “donato” al suo paese siano riposte nelle mani del suo popolo, il popolo venezuelano.

Natale De Gregorio