The Examiner

di Natale De Gregorio

Categoria: Post-Elezioni 2013

Il Governo dalle mani legate e dai passi incerti

Enrico Letta

Enrico Letta

21 ministri, di cui 7 donne, un recordNove sono del Pd, 5 del Pdl, 3 di Scelta Civica e 4 “tecnici”. Ecco il governo Letta, il figlio delle larghe vedute, il frutto della paura bipartisan tutta italiana, il risultato dell’inciucio.

Con il segretario del Pdl Angelino Alfano vicepremier e ministro degli Interni, il direttore generale di Bankitalia Fabrizio Saccomanni all’Economia e la leader radicale Emma Bonino agli Esteri. Un governo «politico», considerando erroneamente ancora viva questa parola nel nostro paese. Filippo Patroni Griffi, già ministro del governo Monti, resterà al fianco di Letta nella veste di sottosegretario di Stato alla presidenza del Consiglio. La presenza di Alfano come vicepremier e titolare del Viminale, è lo specchio dell’intesa di governo tra Pd e Pdl. Al ministero degli Esteri approda Bonino, personaggio controverso, accostato ad una carica dall’inizio delle consultazione. Trasloca invece dagli Interni alla Giustizia Anna Maria Cancellieri, piccola vittoria montiana, il minister della Giustizia.
Nomi esterni alla politica sono quelli di Saccomanni all’Economia e del presidente dell’Istat Enrico Giovannini al Lavoro e alle Politiche sociali. Al dicastero della Difesa si insedierà Mario Mauro, capogruppo di Scelta civica al Senato. Il sindaco di Padova Flavio Zanonato (Pd) avrà la responsabilità dello Sviluppo economico. Alle Infrastrutture e Trasporti arriva Maurizio Lupi (Pdl), vicepresidente della Camera.
Alle Politiche agricole la deputata Pdl Nunzia De Girolamo, all’Ambiente il deputato Pd Andrea Orlando, all’Istruzione, Università e Ricerca Maria Chiara Carrozza, ex rettore dell’Istituto Sant’Anna di Pisa e
deputato Pd. Ai Beni e attività culturali e Turismo approda Massimo Bray, direttore editoriale Treccani e deputato Pd. La Salute va alla pidiellina Beatrice Lorenzin.
Quanto ai ministeri senza portafoglio, confermato agli Affari europei il ministro del governo Monti Enzo Moavero Milanesi. Agli Affari regionali e autonomie c’è Graziano Del Rio, presidente dell’Anci. Alla Coesione territoriale il sociologo Carlo Trigilia, ai Rapporti con il Parlamento il deputato Pd Dario FRanceschini, alle Riforme Costituzionali il senatore Pdl Gaetano Quagliariello, all’Integrazione Cecile Kyenge, originaria del Congo, alle Pari opportunità, Sport e Politiche giovanili la campionessa olimpica e senatrice Pd, nata in Germania, Josefa Idem, alla Pubblica amministrazione e semplificazione Gianpiero D’Alia (Udc).

Un governo che si segnala soprattutto per le assenze, tanti dei nomi altisonanti sono stati evitati, troppi “compagni di alleanza” avrebbero storto il naso. Sono i primi segnali di un eterogeneità che può far del male, che può creare delle crepe nel paese. Questo, secondo il mio modesto punto di vista, potrebbe essere il governo del “non fare”, il governo delle mani legate, dei passi incerti. Non potranno esserci falcate decise verso una legge sul conflitto d’interessi, su una legge anti-corruzione, su una modifica sostanziale della legge elettorale. I due schieramenti si condizioneranno a vicenda, si guarderanno sott’occhio, cercheranno di evitare le naturali divergenze che dovrebbero esserci tra due visioni politiche opposte. E’ la sconfitta dell’idealismo, fatta passare per dovere etico verso lo stato disastroso del nostro paese. La parte dell’Italia che aveva annunciato rinnovamento e cambio generazionale nella classe politica resta ancora ferma e convinta sulla propria posizione di “intolleranza!. Avrebbe avuto la possibilità di partecipare attivamente, fungendo da peso, facendo spostare l’ago della bilancia. Mentre si autocelebravano e si guardavano allo specchio, narcisi, esaltando la loro pseudo-pulizia e la loro estraneità dalla politica vecchio stampo, ci hanno pensato gli altri a fare da peso, equilibrando del tutto la bilancia.

 

Natale De Gregorio

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Cosa significa votare un presidente in questa nazione.

Votazione online M5S

Votazione online M5S

Qualche pillola sulla votazione per il Presidente della Repubblica.

La Costituzione dedica alla carica più alta dello stato appena 8 articoli su 138.

Giulio Andreotti, 94 anni, è l’unico che ha partecipato alle votazioni di tutti gli 11 presidenti della Repubblica italiana.

Voto segreto, possibilità di eleggere chiunque abbia almeno cinquant’anni, assenza di candidati ufficiali o predeterminati. “E’ una strana elezione senza candidati” sintentizzò una volta Luciano Violante.

Sulla scheda si scrive solo il nome (non la data o il luogo di nascita) per cui, in linea di principio, qualsiasi omonimo del neo-eletto – purchè ultracinquantenne – può presentarsi alle Camere e rivendicare la titolarità della nomina.

“L’aula può distruggere una candidatura, crearla mai”. (Ciriaco de Mita)

Nei primi tre scrutini è richiesta la maggioranza di due terzi (673 membri). Dalla quarta votazione basta la maggioranza assoluta (505 membri).

Facendo la somma di deputati e senatori il centrosinistra arriva a 458, ai quali c’è da aggiungere l’apporto dei delegati regionali. Misura non sufficiente per arrivare a quota 505.

Giorgio Napolitano fu eletto al quarto scrutinio con i soli voti del centrosinistra. Gli unici ad essere stati nominati al primo colpo: Enrico De Nicola, Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi. Tutti e tre frutto di un accordo tra i maggiori partiti precedente alla votazione. Il record negativo è di Giovanni Leone, eletto dopo 23 scrutini e 15 giorni.

Il presidente più votato è stato Sandro Pertini, con 832 consensi su 1011.

Tutti gli undici capi dello stato sono stati uomini. Così come non c’è mai stato un presidente del Senato donna né un presidente del Consiglio donna.

Il più giovane fu Francesco Cossiga, eletto a 57 anni. Il più vecchio Sandro Pertini, 82. Finora la media fa 71,3.

In carica si resta sette anni, per garantire maggior indipendenza rispetto al Parlamento (5 anni). Solo in due casi il mandato è durato meno di 7 anni (Antonio Segni, Giovanni Leone). Nessuno ha mai fatto il bis.

Il Partito Democratico si avvicina alla data del 18 Aprile in condizioni di profondo malessere interno.

Berlusconi ha ammesso la disponibilità a votare un rappresentante del PD, compreso Pier Luigi Bersani, per il Colle. Ma a una condizione: “Poi si deve fare insieme un governo di larghe intese”.

I risultati delle “quirinarie” del M5S, invece, guardano molto a sinistra. In ordine alfabetico (non conosciamo i dati del voto, né numero di votanti né classifica dei votati, evviva la trasparenza): Bonino, Caselli, Fo, Gabanelli, Grillo, Imposimato, Prodi, Rodotà, Strada, Zagrebelsky. Oggi un’ulteriore votazione della rete sceglierà il nome che sarà indicato in assemblea dal gruppo grillino.

Il PD e il PDL hanno a disposizione tre votazioni per scegliere un presidente in grado di rispecchiare un certo equilibrio, “di garanzia” come viene definito. Poi, dalla quarta votazione, potrebbe cominciare un altro capitolo, di cui potrebbero essere protagonisti i Cinque Stelle. Eventualità che spaventa centrodestra e centrosinistra.

I papabili di cui si parla sono gli stessi di sette anni fa, prima che si scegliesse la carta Napolitano: Amato, Marini, D’Alema, Bonino. All’epoca c’era perfino Monti (candidato da Berlusconi). Tra le novità di questo giro: Romano Prodi, Mario Draghi.

 

Sappiamo bene che il nome scelto sarà frutto dei magheggi delle parti politiche; ma, in teoria, l’assemblea potrebbe eleggere il nostro salumiere sotto casa. Con grande felicità dell’internettismo e assemblearismo targato Cinque Stelle.

 

Natale De Gregorio

Il cambiamento fuori tempo.

Dov'è il "tempo" del cambiamento?

Dov’è il “tempo” del cambiamento?

I “saggi“. Quale dovrebbe essere il loro ruolo? Per cosa erano stati nominati? Affrontare temi costituzionali, economici e legislativi. Come lo si può fare senza comunicare gli indirizzi e gli obiettivi da seguire? Avete notizie? Io no, nulla di pervenuto. Inutile aggiungere che, in tempi di crisi, la prontezza di riflessi e la reazione veloce e decisa sarebbe di vitale importanza. La strategia di Napolitano continua a sembrare un diversivo, un espediente per guadagnare tempo, una porcheria. La cosa divertente è che l’unico vero saggio, Valerio Onida, se n’è accorto e l’ha anche palesato (non direttamente, ma è già qualcosa, qui la notizia). L’impressione è che sia molto più facile prevedere quello che succederà nei prossimi mesi (elezioni?) che comprendere quello che succederà nelle prossime settimane. La politica sembra aver perso i tempi della vita quotidiana, l’orologio al polso dei “politicanti” sembra impazzito, tutto è fermo, mentre le aspettative e le difficoltà del popolo crescono di giorno in giorno. Mentre loro combattono battaglie senza feriti e fanno la gara a chi ha più figurine sul tavolo, il tempo passa inesorabile e solo chi lo vive tutto ciò in prima persona riesce ad accorgersene. La politica non ha più bisogno di tempo, ma di “stare a tempo“, tenere il ritmo insieme a noi, comuni mortali.

Cavallo di Troia?

Cavallo di Troia?

Il personaggio che sembra cavalcare l’onda dell’unità è Matteo Renzi: strizza l’occhio al PDL, tira le orecchie a Bersani, va da Maria de Filippi, accusa tutti di perdita di tempo, oggi spinge per le elezioni immediate, domani per alleanze contro natura, smuove il terreno insomma. Bersani? Non pervenuto. Nel frattempo, nel paese che non c’è,  Grillo e Casaleggio incontrano “random” medie e piccole imprese, sindacati, lavoratori, fomentano le classi con malcontento latente e organizzano scampagnate in pullman per i loro parlamentari, non sia mai strizzino l’occhio alla vecchia politica. Dando per scontato che il centrodestra sembrerebbe aver sposato la strategia della passività (nonostante i sondaggi diano “l’immortale” davanti a tutti in quanto a consensi), un piccolo appunto al PD: magari non rischia di sparire il centrosinistra in generale, ma la scomparsa del partito si annusa nell’aria.

 

Natale De Gregorio

La delusione di chi ci credeva (ma non troppo).

Il Presidente Napolitano

Il Presidente Napolitano

delusione

[de-lu-sió-ne] s.f1
Stato d’animo di tristezza provocato dalla constatazione che le aspettative, le speranze coltivate non hanno riscontro nella realtà.

Sembra aver vinto la vecchia politica. I “saggi” proposti dal presidente Napolitano sono “saggi” e stagionati sul serio, il sistema al potere chiamato a rinnovare se stesso. Un paradosso nel paradosso, figlio del ritorno del professor Monti a capo di queste due “commissioni” che, come ormai spesso accade non corrisponde con le scelte elettive del popolo, non presenta elementi provenienti dal M5S, e che non si parli di tecnici, basta dare un’occhiata ai personaggi in questione per capire che provengono dalle fondamenta del sistema istituzionale che ci ha portato nel baratro in cui ci troviamo oggi. La commissione “politica-istituzionale” mette i brividi: Onida e Violante, di estrazione piddina. Se il primo è quello che desta meno preoccupazioni per il secondo non c’è bisogno di presentazioni, simbolo della storia antica e poco cristallina della Repubblica italiana. Mario Mauro, uomo di Monti; Quagliariello,  ex vicecapogruppo del PDL al Senato, il padre delle leggi ad personam a favore di Silvio Berlusconi, personaggio per cui il centrodestra voleva a tutti i costi una carica istituzionale.

L’altra commissione, quella delle emergenze economiche e sociali, non sembra essere da meno: partiamo con Giovannini, presidente dell’ISTAT, istituto mai propositivo in quanto a misure di sviluppo per il paese.; Pitruzzella, presidente dell’autorità garante della concorrenza e del mercato, istituto quasi inutile vista l’assenza di una legge sul conflitto d’interessi; Milanesi e Bubbico, uomini radicatissimi nei loro rispettivi partiti, il primo vicino a Monti l’altro che viene direttamente dal PCI, ormai molto e sepolto; l’ultimo personaggio è Salvatore Rossi, membro del direttorio di Banca Italia, uomo in grande ascesa dopo il governo montiano.

Una scelta chiara quella di Napolitano: passare l’onere del rinnovamento all’uomo del Colle che verrà, una sorta di tentativo di addormentare il sistema parlamentare che, seppur volendo, troverà difficoltà nel dare ritmo e consistenza al cambiamento tanto agognato, alla rivoluzione di cui sembriamo aver bisogno. Torno, quindi, a sentir odore di muffa e vecchio, Napolitano è riuscito a deludere ancora una volta mettendo d’accordo tutte le forze politiche ad esclusione del M5S che, a questo punto, potrebbe assumere un valore etico ancora maggiore, l’unico disponibile a remar contro questo “Tsunami attempato”.

Natale De Gregorio

 

«A cosa sarà servito avere le mani pulite, se le abbiamo tenute in tasca?»

«A cosa sarà servito avere le mani pulite, se le abbiamo tenute in tasca?»
Chiedere la fiducia ai grillini è come chiedere a un adolescente un po’ stronzo di dare una mano in casa.

Crimi-Lombardi

Crimi-Lombardi

-Nessuna fiducia nè alla Camera nè al Senato.(ma và?La prima delle vostre “nuove” proposte).
-Vorremmo la responsabilità di poter governare questo paese, in quel caso servirebbe la fiducia della altre forze politiche, la meritiamo, abbiamo il monopolio della Credibilità (con le mani in tasca).
-Siamo pronti a votare a favore delle proposte del PD caso per caso (in un governo che non avrà la fiducia e, quindi, potrebbe non partire mai).
-Ecco, l’ennesimo inciucio PD-PDL (che, se dovesse mai avvenire, sarebbe anche un po’ colpa vostra, una conseguenza del vostro immobilismo; inciucio che, guardando con l’occhio malandrino del vecchio politicante, porterebbe altre perdite di consensi per il PD e il PDL. Dove andrebbero a finire questi voti? Indovinate un po’, nel tritatutto sociale M5S).

Soffermarsi sulle analisi caso per caso mi sembra ripetitivo, fiumi di parole sono già stati spesi. Adesso vorrei che i votanti del MoVimento si facessero sentire, esprimessero le loro opinioni. Non credo ci sia bisogno di dire che il tempo stringe e mi sembra un peccato  conservare le mani “pulite” per poi tenere le braccia conserte.

Natale De Gregorio